“E’ possibile che in Italia si debba ancora scegliere tra salute e lavoro come sta accadendo all’Ilva di Taranto?!”

“Al Sud c’è così poca voglia di lavorare che si preferisce morire pur di non perdere il posto di lavoro…”

Questo paradosso mette insieme due concetti: il pensiero di tanta gente del Nord a cui piace sputare sui meridionali, senza, però, entrare mai nel vivo della questione, perché gli fa più comodo puntare il dito che sforzarsi di comprendere la realtà del Sud soffocata dalla mafia, e l’atteggiamento della popolazione di Taranto che, pur di lavorare, è disposta ad accettare i veleni sprigionati dalla lavorazione a caldo dell’acciaio.

Il Gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha confermato il sequestro degli impianti dell’Ilva e non è disposta a revocarli, se non sarà stata compiuta l’opera di bonifica e rimodulato il sistema di produzione con i relativi inquinanti immessi nell’aria, e questo ha scatenato la reazione del governo e degli stessi operai che temono che l’impianto possa chiudere per sempre, lasciandoli in mezzo ad una strada.

E il dilemma è proprio questo: è più giusto pensare alla salute, come dispone il Gip di Taranto, o tutelare il lavoro?

Spero che si possa trovare una soluzione di mezzo, ma il problema principale sta nella specificità della produzione di Taranto che tratta l’acciaio a caldo attraverso gli altiforni, e questi, sono tra i principali responsabili degli inquinanti che costringono i tarantini a barricarsi in casa per sfuggire alle polveri che ricadono sul territorio.

In poche parole Taranto dovrebbe passare alla produzione a freddo (com’è accaduto a Genova) per assolvere a pieno alle richieste del Gip, ma così facendo l’impianto verrebbe chiuso perché verrebbe meno la parte più importante della produzione dell’acciaio e, di conseguenza, chiuderebbero gli stabilimenti di Genova e di Novi Ligure (Piemonte) a cui mancherebbe la materia prima da lavorare.

La situazione è molto complicata e non si capisce quale possa essere la soluzione del problema, ma bisogna chiedersi se sia giusto che delle persone siano costrette a scegliere tra la salute e il lavoro?

Una domanda del genere neanche dovrebbe essere posta in un Paese civile e sviluppato, ma la famosa questione meridionale, che nessuno vuole affrontare, ha generato questo schifo con cui la gente ha imparato a convivere per mantenere salda la dignità che gli garantisce il lavoro,  e basta spostarsi di poco, raggiungendo le coste della Sicilia, per trovare un altro esempio rappresentato dal polo petrolchimico di Siracusa, che avvelena aria e mare, ma che è tollerato dai cittadini e dalle istituzioni locali che temono più la perdita del lavoro che i problemi di salute, perché sono coscienti della mancanza di alternative.

Le alternative in realtà potrebbero anche crearsi, considerando che si tratta di terre con una spiccata vocazione turistica, ma tutto rimane fermo perché qualcuno (la mafia) ha interesse a tenere sottocontrollo il territorio evitandone lo sviluppo.

Credo che, alla fine, a Taranto l’impianto tornerà a produrre con la promessa d’interventi che poi si perderanno nel tempo e così si perpetrerà una consuetudine tutta meridionale che vuole che nulla cambi.

Mi chiedo se non sia ora che dal Sud parta una piccola rivoluzione per rompere le catene che ci costringono a questo stato di miseria umana?

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